Lorenzaccio

3 febbraio 2009

VII. Seconda visita

Archiviato in: Daimonos — admin @ 6:58 pm

Alcune notti fa, Tokyo è morto. Se ne è andato nel sonno o almeno così speriamo io e il Sergente. Ce ne siamo accorti solamente perché al nostro risveglio, la cartellina del giovane soldato era a terra, lasciata andare dalle dita aperte, le falangi rosa distese. Lui era nella stessa posizione da giorni, bucato dalle piaghe e tormentato dagli insetti. Gli infermieri lo hanno lasciato lì sulla branda per ore, fino al sopraggiungere dell’algor mortis.  Poi lo hanno trasportato fuori con tutto il materasso per la cremazione.

Da allora Tauro ha iniziato a dare segni di impazienza; non regge più a star qua dentro. Chiede la data del suo rilascio ad ogni dottore o portantino che entra, si innervosisce, sbraita; la notte si gira e si rigira nelle lenzuola quasi che lo inseguissero. Sente la morte girargli intorno come un randagio intorno a una tavola imbandita. Ha imparato a memoria tutto il suo dossier: numeri, luoghi, date, risultati dei test clinici. Lo sorprendo a ripeterli la mattina presto, al sorgere del sole. Ha conservato anche il dossier di Tokyo che rimasto qui nella noncuranza generale.  Mi arrischio a tirare fuori il diario nascosto le materasso solo quando il Sergente russa perso nel sonno. Allora mi piego su un fianco e scrivo queste parole, anche al buio: sono illuminate dalla mia coscienza.

Penso che il Sergente tenterà la fuga se non lo rilasceranno a tempo; inizio perfino ad aver paura di lui. Non dovrei nutrire timori, vista la condizione in cui siamo, ma l’altra notte ho socchiuso gli occhi e l’ho visto in piedi davanti al mio letto rischiarato dai raggi della luna; camminava intorno al mio letto come fosse indeciso sul da farsi, poi sospirando si è coricato nuovamente. Temo possa soffocarmi. Di giorno cerco di affaticarlo allenandolo fisicamente: piegamenti, addominali, corsa sul posto. Ma è anziano e si stanca in fretta, non riesce a liberare il suo nervosismo che d’altronde gli scaturisce dalla testa e non dal corpo.

 

Questa mattina Tauro mi ha sorpreso. Mi ha detto:

- Tieni, prendi tu la cartellina di Tokyo e portala ai suoi genitori e raccontagli tutto quello che sai di lui, tutto quello che ti ho detto io. –

- Perché ? Voglio dire, non preferisci farlo tu ? non era forse un tuo amico ?

- Io l’ho conosciuto qui dentro; non eravamo nella stessa Compagnia. Lui aveva la tua stessa età e tu sarai la sua memoria, visto che per ora la tua è chissà dove…credo. Ripartirai da qui. -

- E tu che farai ? -

- Io uscirò domani e ritornerò nella mia città a cercare la mia famiglia; poi riprenderò contatti con l’Esercito e aspetterò la prossima guerra o la morte. –

Ero scosso dal suo parlare tetro e conciso. Stava in piedi come un senatore romano davanti alla mia branda spezzando col braccio teso una lama di sole in cui galleggiava la polvere. La cartellina di plastica che mi porgeva penzolava come una candela squagliata. Era un Sergente e mi stava semplicemente ordinando di eseguire un incarico; non potevo fare a meno di obbedirgli. Dopo il pasto mentre Tauro sonnecchiava, io ripensavo al suo gesto, un gesto di generosità verso di me. Aveva voluto offrirmi l’opportunità di rientrare nella vita con un’occasione difficile, ma preziosa. Avrei dovuto comunicare la morte del giovane soldato alla sua famiglia, ai suoi genitori e a sua moglie probabilmente. Immaginavo la scena come un film: io vestito in abiti civili con una gran sacca da marinaio sulle spalle che entravo in un giardinetto condominiale ingombro di tricicli e altalene arrugginite; mi vedevo suonare alla porta e sostenere lo sguardo liquido di una giovane vedova.  Sarei rimasto con le braccia penzoloni su un divano a fissare il bicchiere di vino lasciando che la notizia, la Morte, si insediasse sovrana in tutti gli angoli della casa,nelle fibre di tutti i vestiti, che si impregnasse nelle pareti.

Ma in fondo questa famiglia sarebbe poi diventata la mia in un certo senso, mi sarei fatto adottare se così posso dire…Avrei fatto le riparazioni domestiche necessarie che attendevano da tempo la mano dell’uomo, avrei sollevato i bambini da terra rendendoli piloti d’aereo nei piccoli cieli delle loro stanze, avrei forse amato. E che cosa avrei potuto dire del giovane Tokyo ? Avrei dovuto inventare di essere stato suo commilitone ? Raccontare gli onori e le glorie come se fossi stato testimone ? Oppure ammettere la casualità dell’esistenza e confessare di non aver mai parlato con il marito-figlio, ma di averlo solo visto agonizzante e di averlo sfruttato come opportunità per penetrare nei suoi affetti ?

Avevo la cartellina nelle mani, le dita all’interno scorrevano la carta; eppure non avevo coraggio di aprirla. Poteva darsi il caso che Tokyo non avesse proprio nessuno o solo una nonna malandata in qualche ricovero. Oppure che fosse inviso ai suoi familiari. In quel caso avrei assorbito io i cattivi rapporti di sangue e ne sarei stato profondamente segnato. Sarei caduto nello squallore del rancore, nel tormento dei sensi di colpa per qualcuno che non è stato perdonato in tempo e che ora  non c’è più. Avrei ricevuto sguardi indifferenti o insulti. Nella testa mi frullavano tante di quelle prospettive che pensai anche di abbandonare l’impegno preso. Avrei affidato la cartella nelle mani di qualcun altro: un militare,un giornalista o un religioso. Non mi sarei preso alcuna responsabilità. Con simili inquietudini mi addormentai e sognai di avere un forte prurito alla schiena; guardandomi in uno specchio scoprivo di avere dietro di me un coperchio come quello di un robot. Lo aprivo e l’interno della mia schiena rivelava l’alloggio per due batterie con le molle e le linguette di metallo, proprio come nei pupazzi giocattolo dei bambini. Allora aprivo la cartellina di Tokyo e prendevo due pile giganti come bombole da sub e me le infilavo nel vano dorsale. Poi qualcosa mi ha disturbato perchè sono scattato a sedere sul letto pronto a difendermi coi pugni serrati. Tauro era a poca distanza in procinto di strangolarmi.

Ma no ! il Sergente dormiva profondamente dandomi le spalle e in piedi accanto a me splendeva di fulgore il volto del Daimon.

- Che cosa c’è? Che cosa vuoi da me? – ho sibilato con lo sguardo.

- Mostrarti ciò che è giusto –

- Che cosa è giusto ? –

- Non rubare. –  

Poi come già la prima volta, il Daimon mi ha afferrato la testa con le mani avvicinando il suo volto accecante al mio.

 

 

capitolo ottavo

 

 

 

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