Lorenzaccio

3 febbraio 2009

V. Trasferimento

Archiviato in: Daimonos — admin @ 6:55 pm

Giornata di grandi novità, oggi.

Questa mattina, i ricordi della notte erano vividi. L’infermiere è venuto ad aprire le finestre come al solito e non mi è sembrato che si accorgesse di alcuna infrazione. Io ero eccitato e appena Incrociatore si è seduto vicino a me per l’osservazione settimanale, ho iniziato non so come neanch’ io, a parlargli di mia nonna e dell’incidente che avevo avuto quando ero piccolo; era stata lei a tirarmi fuori dalla vasca e a portarmi in ospedale. Il dottore mi ha studiato durante l’intero mio racconto che deve essergli sembrato il delirio di un folle. Ho omesso di menzionargli l’apparizione dell’uomo luminoso. Poi mi ha chiesto di descrivere i miei genitori. Ma io non  riesco a ricordarli e la memoria delle cicatrici sulle braccia è l’unico squarcio che si è aperto nel mio passato.

Poi Incrociatore è uscito e tutto è trascorso come al solito fino al pomeriggio, quando sono entrati in stanza due infermieri con una portantina. Mi ci hanno caricato senza troppi preamboli (ho fatto appena in tempo  ad infilare il diario nel pigiama) e mi hanno trasportato al di fuori della stanza. Abbiamo percorso un corridoio ben illuminato  e siamo entrati in un’altra stanza con tre letti: uno per me e gli altri due già occupati.

Sono due uomini di carnagione bianca: uno grosso modo della mia età e della mia stessa corporatura, l’altro più anziano. Parlano la mia stessa lingua e l’anziano anche quella degli infermieri. Il vecchio si chiama Tauro, è un sergente; il nome del giovane è Tokyo, come la città. Sono soprannomi militari evidentemente.

Il ragazzo è disteso sul letto pallido e smunto, gli occhi semichiusi. Il sergente mi dice a bassa voce che è malato gravemente, che non se la caverà purtroppo. Tokyo stringe fra le mani con le forze muscolari  residue, una cartellina di carta. Anche Tauro ne ha una identica sul letto.

-         Che cos’è ? – indico.

-         È la nostra identità: generalità, data della cattura, profilo sanitario; tutto. Tutto ciò che ci serve per il rilascio e per rientrare a casa. Al mio amico non servirà molto, credo…ma guarda come se la tiene stretta, poveretto. È giovane, è attaccato alla vita.

Osservo il sergente: ha i capelli biondo scuro pettinati con la riga e i baffi pure biondi che sembrano uscire dalle narici come muschio, gli occhi sono chiari e svelti nel muoversi; osservo la sua bocca che articola dei suoni che finalmente capisco.

-Da dove vieni tu ?-

- Da P****- mi dice.

- Ah si ci sono stato! C’è il più famoso mercato del pesce della costa non è vero? –

Tauro annuisce lentamente ed io mi continuo a meravigliare; mi meraviglio di come il nome di quella città mi abbia risvegliato dei ricordi. Ho un’ altra feritoia nel muro della memoria: a P**** ci sono stato prima di diventare soldato, per gli studi universitari. La nebbia si addensa.

 -E perché mi hanno spostato qui con voi ? – aggiungo.

-Perché cominci a ricordare, credo. Molti di noi subiscono delle amnesie dopo i bombardamenti. Ma è meglio non ricordare per un po’ che trovarsi una scheggia di granata nella gamba e rimanere zoppo a vita, credo.

E sta lì a fissarmi severo come un preside con l’alunno indisciplinato. Mi ritrovo a parlare senza volerlo:

- Quindi le amnesie sono temporanee ? Io ancora non ricordo neanche il mio nome…-

-è normale. Stai tranquillo, sei stato messo qui con noi perché ti fa bene sentir parlare la tua lingua ed essere stimolato, credo.

Mi accorgo che il sergente fa sempre una pausa prima di concludere le frasi e poi dice: credo. Un tic linguistico. Ognuno ha il suo, chissà il mio qual è.

- Perché non mi hanno trasferito prima ?-

- Non lo so; questi hanno protocolli medici che non conosco. Ho visitato numerosi ospedali militari, ma in questo paese infernale è il primo e spero l’ultimo.

Tauro risponde velocemente con poche parole, continua a fissarmi come se aspettasse una domanda in particolare, la frase giusta, una mia ammissione di colpa, qualunque colpa o una mia presentazione formale con tanto di stretta di mano. Ma io sono seduto sul letto in pigiama, magro, con un uomo morente a pochi metri e senza nemmeno una busta di carta col mio nome da stringere. Ho solo domande da fare, interrogativi che si spintonano nella testa per raggiungere l’uscita.

Ora il sergente dorme e il giovane soldato giace come una salma nella sua branda. Io riporto per iscritto questi avvenimenti come memoria dei miei giorni futuri.

 

 

capitolo sesto

« Articoli successiviArticoli precedenti »

Funziona con WordPress