Lorenzaccio

3 febbraio 2009

IV. Prima visita

Archiviato in: Daimonos — admin @ 6:53 pm

Ad un certo momento il rumore secco di qualcosa che colpisce l’esterno della finestra mi ha fatto trasalire e il dolore al costato mi ha svegliato definitivamente. Passano alcuni secondi e di nuovo quel colpo sulle persiane che poi viene ripetuto ad intervalli più o meno regolari di venti secondi, per quindici volte. Questa regolarità mi fa abbandonare l’idea che ci sia qualche animale, un uccello forse, rimasto impigliato fra le traverse di legno o prigioniero tra i vetri e le persiane. Vorrei guardare, ma il dolore non mi permette di alzarmi. Dopo la quindicesima volta così come iniziato il bussare cessa. Che sia qualcuno che vuole comunicare con me? Che ci sia qualche germe di ribellione fra i corridoi?  Scruto la penombra per identificare un oggetto che mi sia d’aiuto come arma: potrei mettermi a tirare i libri? Un tempo qualcuno mi ha detto che una rivista sapientemente arrotolata può avere la stessa durezza di un manganello e procurare fratture e contusioni se ben usata; oppure potrei utilizzare un ripiano della libreria nascosto sotto al lenzuolo per stordire l’infermiere del mattino e fuggire.

Ma dove voglio fuggire…

Qui ho un pasto tre volte al giorno, lenzuola pulite e un passato da riprendere; inoltre il dolore al fianco è ancora pungente.

I colpi riprendono e ormai lucido decido di avventurarmi verso il davanzale per osservare attraverso le fessure del telaio, nonostante le fitte che mi tormentano. I pochi passi dalla branda alla finestra  all’inizio mi sembrano l’ultimo giro di campo del maratoneta esausto che arriva stremato alla meta  e si lascia andare agli spasmi e alle convulsioni della fatica fra gli incoraggiamenti del pubblico; tuttavia a metà percorso (cioè dopo tre passi…) mi ricordo che una volta giunto al traguardo devo tornare al letto raddoppiando la sofferenza senza la soddisfazione di alcuna vittoria.

Ma ho parlato troppo presto: cercando di spingere lo sguardo fra le traverse delle persiane intravedo qualcosa muoversi all’esterno; sono uccelli dalla penne nere, no mi sbaglio, sono guanti, dita che smontano l’intelaiatura dell’infisso; scompaiono le listelle di legno con degli schiocchi secchi di fibre spezzate, un braccio appare dall’altra parte del vetro, due mani sbloccano la serratura, le persiane si aprono sullo sconosciuto.

È un uomo alto,  mi sovrasta, è magro, dalla pelle ambrata, quasi color oro. È nudo e ha attaccata sulla fronte una lampada da speleologo puntata sul suo volto che mi impedisce di distinguere i suoi lineamenti. La luce è fortissima e bianca, accecante, ma stranamente non illumina che il suo viso e null’altro all’intorno.

-Chi sei ? – chiedo

- Sono il tuo daimon – mi dice.

Lo guardo interdetto perché non vedo le sue labbra muoversi eppure lo sento.

- Non ricordi ? Ero con te nel ventre di tua madre; sono uscito con te, subito dopo di te. Mi hai  visto spesso da bambino e poi mentre venivi torturato; poco prima di svenire. -

- Torturato…-

- Ti sei rivolto a me, mi hai implorato di liberarti da quella sofferenza -.

- Chi sei ? -

- Tu  chi sei ? -

- Non lo so… -

- Allora non chiedere la mia identità prima di aver ritrovato la tua. -

- Perché sei qui ? -

- Tu perché sei qui ?-

- Non so nemmeno questo -

- Allora…-

Lo sconosciuto mi afferra saldamente per le spalle e con facilità mi solleva da terra riportandomi sulla branda. Mi distende sul materasso e si china su di me tenendomi il cranio fra le mani e avvicinando la sua faccia alla mia, ai miei occhi; la luminosità è insopportabile.

- Ti prego, abbassa la tua lampada, mi accechi - 

- Guardami. –

D’ improvviso nel bagliore bruciante vedo una scena: sono in un bagno, seduto sul bordo di una vasca piena di acqua bollente. Il vapore sale dal fondo e non mi fa respirare, io cerco di levarmi la maglia di lana che mi avvolge, ma sono un bambino e mi impiglio nelle maniche e nel collo, quasi mi strozzo. Mi vedo muovermi e agitarmi sul bordo di porcellana e scivolare giù nell’acqua. Metto le braccia in avanti d’istinto. Sento la lana, la pelle, l’acqua infuocata che si fa strada dentro di me, marchiandomi profondamente. Sento di perdere conoscenza.

 

 

capitolo  quinto

 

 

 

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