Lorenzaccio

31 gennaio 2009

I. Risveglio

Archiviato in: Daimonos — admin @ 11:13 pm

 

 

 

Ieri si è presentato un uomo nella mia stanza. Io stavo dormendo profondamente e fuori era buio. Da poco erano passate le tre.

L’uomo ha spalancato la porta e si è piantato in mezzo alla stanza a fissarmi. Ho aperto gli occhi e ho capito che era zoppo da come si appoggiava sulle gambe. Per vederlo meglio mi sono alzato e stando ben attento a non sfiorarlo nemmeno, mi sono avvicinato alle finestre e le ho dischiuse. Ho serrato gli occhi per la violenza improvvisa della luna che sembrava ridermi in faccia e quando li ho riaperti per guardare, l’uomo era scomparso. Infreddolito ho raggiunto la  branda di ferro battuto.

Ho però avuto un moto di ribrezzo: sotto le mie coperte si agitava l’uomo che ora non mi fissava più. Teneva gli occhi chiusi, le mascelle strette, le mani avvinghiate sulle lenzuola che sanno di lavanda. La gamba morta sporgeva dal materasso e io ho iniziato a tirarla come quando si gioca con la fune. Eppure più tiravo più il ladro di letti rideva come se gli facessi il solletico; si sbellicava e imprecava a gran voce di non smettere. Poi dalla porta spalancata sono entrati altri figuri, neri come i sacchi della spazzatura, e hanno iniziato a bastonarmi. Allora anche la luna si è nascosta dietro a un vaso.

 

Oggi in infermeria ho capito che ho tre costole rotte o incrinate, non so bene. I dottori sono stati gentili e mi hanno regalato tre giornaletti di quelli che piacciono a me. Sono disegnati e pieni di persone colorate con strani costumi di carnevale e che fanno cose incredibili, come volare, essere invisibili e altro. Ho capito anche quello che è successo stanotte: un pazzo della stanza otto si è introdotto nella mia e i sorveglianti che lo seguivano per riacciuffarlo lo hanno scambiato per me… Ma dico si può essere più rozzi e grossolani dei militari ?

È  ormai così tanto tempo che mi trovo in questa struttura di recupero che non ricordo nemmeno più perché ci sono finito. Guardandomi allo specchio credo di avere circa trent’ anni, sono alto e scuro, so di essere stato forte e di aver viaggiato a lungo ma non ricordo dove. Ho delle cicatrici a forma di Y sulle braccia ma non riesco a ricordare come le ho avute. Qui in ospedale vivo sempre nel mio letto; non mi posso alzare quasi mai perché il pavimento è sempre lavato e bagnato; appena si asciuga lo rilavano di nuovo ed io devo star fermo. Solo la notte mi potrei muovere, ma furtivamente…bisogna stare attenti se no ti rubano il letto come è successo ieri. Tu pensi di sognare e magari ti alzi e zac! ti ritrovi in piedi sul pavimento pulito a lasciare le tue orme. 

Io a letto ci sto bene, mi alzerei solo per un motivo; nella stanza infatti c’è una grande libreria di fronte al letto, piena di libri e vecchi giornali ingialliti. Purtroppo è ben lontana dalla branda e non c’è modo di raggiungerla se non alzandomi. Le poche notti che ho osato lasciare il mio giaciglio è stato per prendere qualche libro. Lì ho scoperto questi con i disegni e che riesco a leggere anche solo con la luce della luna perché sono scritti poco e tanto io la scrittura non la capisco. L’ultima volta invece ho preso un libro scritto a mano e vi ho trovato una matita coricata fra le pagine;  da allora, fra riga e riga sto scrivendo il mio diario che ho nascosto in un buco del materasso e che rappresenta il mio essere al mondo. 

Da quando sono qui nessuno mi ha mai chiamato per nome, di conseguenza non so come mi chiamo. Ho chiesto più volte ai dottori notizie sulla mia identità, li ho implorati con le lacrime che mi otturavano la gola di restituirmi un briciolo di passato; inutilmente. A tali richieste loro mi osservano intensamente come aspettandosi una reazione chimica nella mia mente, attendono di fronte al mio volto, speranzosi e silenziosi. In particolare ce ne uno che io ho segretamente soprannominato Incrociatore (perché è affetto da un forte strabismo e cammina per le stanza in diagonale per scansare gli spigoli) che in queste occasioni mi lascia sempre una sigaretta sul letto e mezzo sorriso.

Gli infermieri sono meno frettolosi dei loro superiori, ma sono tutti stranieri e fra loro parlano una lingua che non posso capire. In un’occasione si sono messi in circolo attorno alla branda masticando tabacco e ho intuito che hanno tentato di darmi un nome. Per finire hanno tracciato una serie di caratteri sotto al numero del mio letto, il quattro, e da allora credo che per loro sia quello il mio nome.

Le stanza è spoglia: la branda di metallo, il pitale zincato, un orologio sulla porta e la libreria alla parete destra colma di quel mondo che mi è ormai precluso. Dalla finestra non vedo che cielo e alberi  e ascolto il concerto dei grilli verso sera prima che fermino le imposte; non sono mai andato oltre l’overture purtroppo, i vetri sono spessi e isolanti.

Ho mai visto il mare? Che conoscenza ho degli oggetti fuori da questa stanza? Sono mai andato a cavallo? I miei genitori dove sono? Questi interrogativi mi scorticano l’animo quando è buio e per i corridoi rimbombano gli stivali dei sorveglianti.

 

 

capitolo  secondo

« Articoli successivi

Funziona con WordPress