Lorenzaccio

3 febbraio 2009

II. Vita in branda

Archiviato in: Daimonos — admin @ 6:50 pm

Questa mattina sono riuscito in un’impresa che mi ha messo di buon umore per il resto della giornata.  

Di solito, passata l’alba entra l’infermiere di turno per aprirmi la finestra e pulire il pavimento. È un uomo alto come me ma molto magro dall’aspetto malaticcio; mentre lucida il pavimento si appoggia al bastone come per sostenersi e, puntualmente, termina il suo compito in un bagno di sudore. A volte l’uomo ha con sé un giornale, un quotidiano fresco d’inchiostro che appoggia sulla sedia mentre sospinge di malavoglia lo straccio sulle piastrelle con le mani macchiate di nero. Spesso ho fatto cenno al mio ospite mattiniero di lasciarmi dare un’ occhiata al giornale anche se scritto in un alfabeto a me sconosciuto, ma ho ottenuto sempre rifiuti inspiegabilmente decisi e scortesi e dopo che l’uomo mi ha minacciato con il bastone mi sono ben guardato dal rinnovare questo tipo di richieste. Evidentemente, ho pensato, quei fogli di carta così diligentemente piegati in quattro devono contenere qualcosa di proibito per i miei occhi. Ma oggi verso le sei ho messo in atto un piano pensato ieri sera. È strano che dopo tanti anni (almeno penso che sia questo l’ordine di tempo con cui calcolare la mia permanenza in questa stanza) mi sia venuto in mente questo banale eppure essenziale atto di temerarietà, una ribellione a uno scenario immutabile scandito dalle due lancette che rappresentano l’unico movimento costante di questo spazio. Improvvisamente mi scopro prigioniero: le finestre sbarrate, la porta è a senso unico, serve solo a far entrare camici bianchi e bastoni, l’acqua sul pavimento per costringermi come un naufrago a girarmi e rigirarmi nella mia isola di ferro e stoffa. Fino ad oggi non sapevo neppure dove mi trovo e in quale anno sto vivendo questa strana prigionia.

Eppure il mio corpo è qui, presente con i suoi tic, i suoi fremiti anche se la mente è assopita. Alcune notti fa ho scoperto di poter stare in equilibrio in verticale con le mani a terra e le gambe tese verso l’alto; sognavo, infatti, di correre lungo una striscia gialla fatta di paglia e di spiccare balzi oltrepassando covoni di fieno. Ho aperto gli occhi con le immagini ancora vive intorno a me e sceso dalla branda ho passeggiato al contrario nella semioscurità, infischiandomene del dolore all’addome. Un vero pazzo!

È stata la prima volta che ho ricordato un sogno e credo che il merito di questo risveglio della coscienza sia da attribuire alla scrittura del diario. Scrivere al buio è come raccontare sottovoce le fatiche e le gioie della giornata, rileggersi è come avere uno specchio in cui considerare le forme e il trasformarsi del tempo.

Ebbene, non appena l’infermiere è entrato, come d’abitudine ha posato il giornale sulla sedia e si è diretto verso la finestra per spalancare gli scuri. Quest’operazione richiede sempre un paio di minuti poiché l’infisso esterno è dotato di una piccola serratura e anche i fermi a cui attaccare le persiane devono avere una complicata procedura d’uso. Il momento d’oro è durato più del previsto nella mia mente e non è stato facile concentrarmi solo sul piano e raccogliere le energie e il coraggio per muovermi rapido e preciso. Per un istante, infatti, osservando l’uomo con il busto sporto oltre il davanzale, con gli arti aperti come un paio d’ali, illuminato dal sole nuovo, ho avuto l’impulso di cingere le  mie braccia intorno ai suoi stivali e rovesciarlo giù oltre il parapetto. Allora io mi sarei finalmente nutrito di quella luce calda e nessuno avrebbe osato fermarmi. Poi con movimenti rapidi, stando attento a non far cigolare troppo il letto e soffocando il dolore alle costole sono scivolato dal materasso e con due passi ho raggiunto la sedia; solo allora ho spiegato il foglio di carta che tenevo nel pigiama e l’ho calcato con forza sulla prima pagina del giornale. Non ho neppure avuto il tempo di controllare l’esito della copia che già l’infermiere si stava ritraendo dalla finestra voltandosi verso di me; impossibile rientrare sotto il lenzuolo e fingere il sonno. Senza pensarci, in quella frazione di secondo mi sono slanciato verso il letto gettando con una mano il foglio stampato sotto la rete e con l’altra tirando a me il pitale. Ormai di fronte a me l’uomo mi ha considerato con sospetto affilando gli occhi come un gatto che penetri il buio. Inginocchiato, con il letto a dividerci io ho balbettato qualcosa a proposito della necessità di liberare la vescica e ho sollevato il vaso come prova, reprimendo l’affanno che mi scuoteva il petto e i colpi di tosse che mi sconquassavano lo sterno. A quel gesto così figlio della sottomissione, il volto in ombra si è disteso nel movimento di un sorriso, un sorriso per nulla tenero o compassionevole ma quello di chi valuta il comportamento di un demente, o peggio di un animale domestico privo di umanità. Quindi, rispettoso dei riti privati l’uomo ha ripreso il giornale e senza una parola si è chiuso la porta dietro di sé. 

 

 

capitolo terzo

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